“Traditionis custodes” e la partecipazione attiva

5 Agosto 2021
Fonte: FSSPX Spirituality
Una suora che distribuisce la comunione in una chiesa in Nigeria

La lettera di papa Francesco che accompagna il motu proprio Traditionis custodes cerca di mostrare la continuità tra la messa tridentina e il Novus ordo, basandosi in particolare sulla nozione di partecipazione attiva. Ma di cosa si tratta in realtà?

Ecco il passaggio che cerca di stabilire questo legame: "Tra i vota che i vescovi [del Concilio] che i Vescovi hanno indicato con più insistenza emerge quello della piena, consapevole e attiva partecipazione di tutto il Popolo di Dio alla liturgia1, in linea con quanto già affermato da Pio XII nell’enciclica Mediator Dei sul rinnovamento della liturgia2".

La partecipazione attiva per i papi preconciliari
Il termine "partecipazione attiva" si trova in un testo di papa san Pio X del 1903, attraverso le sollecitazioni sulla musica sacra. Il santo papa fa della "partecipazione attiva ai sacrosanti misteri" "la prima e indispensabile fonte del vero spirito cristiano".

Come farà San Pio X a realizzare questo programma? Quanto ai fedeli, in due modi: favorendo il ripristino del canto gregoriano per renderlo accessibile ai fedeli; e promulgando due decreti: sulla comunione dei fanciulli dall'età di ragione, e sulla comunione frequente. Questo dà un'indicazione di cosa intendesse San Pio X per partecipazione attiva.

Nella sua enciclica dedicata alla liturgia, Mediator Dei, del 1947, Papa Pio XII riprende l'idea, anche se l'espressione non vi compare letteralmente. Dobbiamo seguire attentamente il suo testo, che contiene una chiave essenziale per comprendere la deviazione conciliare.

"È necessario dunque, Venerabili Fratelli, che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo Sacerdote, come dice l'Apostolo: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù".

L'Apostolo "esige da tutti i cristiani di riprodurre in sé (…) lo stesso stato d'animo che aveva il Divin Redentore quando faceva il Sacrificio di sé, (…) la nostra mistica morte in Croce con Cristo (...) e così diventiamo, insieme con l'Ostia immacolata, una vittima a Dio Padre gradita (…).

"Sono, dunque, degni di lode coloro i quali, allo scopo di rendere più agevole e fruttuosa al popolo cristiano la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, si sforzano di porre opportunamente tra le mani del popolo il «Messale Romano», di modo che i fedeli, uniti insieme col sacerdote, preghino con lui con le sue stesse parole e con gli stessi sentimenti della Chiesa (…)".

Papa Pio XII darà tuttavia una spiegazione piena di buon senso e di sollecitudine pastorale:

"[Ma] Non pochi fedeli, difatti, sono incapaci di usare il «Messale Romano» anche se è scritto in lingua volgare; né tutti sono idonei a comprendere rettamente, come conviene, i riti e le cerimonie liturgiche. L'ingegno, il carattere e l'indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime non sono uguali in tutti, né restano sempre gli stessi nei singoli".

"Chi, dunque, potrà dire, spinto da un tale preconcetto, che tanti cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce più facile; come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura".

Un cambio di prospettiva
La costituzione Sacrosanctum concilium sulla liturgia del Concilio Vaticano II contiene undici volte l'espressione "partecipazione attiva". In realtà, questa espressione non è né più né meno che un cavallo di Troia.

Infatti, nel testo del Concilio, il termine partecipazione "attiva" aveva un duplice significato. Per molti vescovi significava partecipazione come descritta e definita da Pio XII.

Ma per i redattori e gli innovatori significava la partecipazione attiva per la quale ai fedeli è affidata una parte maggiore o minore della realizzazione materiale della cerimonia liturgica. Ad esempio: letture, acclamazioni, presentazione di doni, distribuzione della Santa Comunione, gesti e atteggiamenti del corpo. (N. 30 della Sacrosanctum concilium)

Che questo sia davvero lo spirito del Concilio è confermato da un testo di Paolo VI del 1974, in cui si afferma: "È, tuttavia, un errore, purtroppo ancora presente in qualche luogo, recitare il Rosario durante l'azione liturgica", Marialis cultus, n°48, 2 febbraio 1974.

Così, dopo ventisette anni (dal 1947 al 1974), Papa Paolo VI condanna come un errore quello che il Papa Pio XII elogiava come un atteggiamento in tutto e per tutto conforme allo spirito della liturgia. Questa grande differenza permette di misurare la distanza che separa il rito tridentino dal rito riformato dopo il Concilio.

Conclusione
Contrariamente a quanto cerca di farci credere la lettera di papa Francesco, non c'è un'evoluzione omogenea tra il rito tridentino e il rito riformato: le intenzioni di san Pio X e di Pio XII sono state tradite da liturgie in cerca di novità.

Non è difficile scoprire la spiegazione di questa mania della "partecipazione attiva": essa risiede in una nuova concezione del sacerdozio, in particolare del sacerdozio comune dei fedeli. Questo sarà oggetto di un prossimo articolo.

  • 1. Cf. Acta et documenta concilio oecumenico vaticano II apparando, Serie I, Volumen II, 1960.
  • 2. AAS 39 (1949) 521-595.