Considerazioni sull'enciclica Fratelli tutti (1)

10 Novembre 2020
Fonte: fsspx.news
San Francesco dal Sultano: la prova del fuoco

L'ultima enciclica di Papa Francesco, intitolata Fratelli tutti, ha già suscitato alcuni commenti, ma l'interesse mostrato per essa non è stato generale, anzi. Senza dubbio, la salute prima, e le notizie americane poi, hanno distratto l'attenzione. Ma può avere a che fare anche con il suo contenuto.

 

 

Per un primo passo, dobbiamo fermarci al 3° paragrafo dell'enciclica che richiede un attento esame. Il Papa racconta un noto episodio della vita di san Francesco d'Assisi, la sua visita al sultano Malik-el-Kamil in Egitto. Francesco dà la seguente interpretazione:

"Tale viaggio, in quel momento storico segnato dalle crociate, dimostrava ancora di più la grandezza dell’amore che voleva vivere, desideroso di abbracciare tutti. La fedeltà al suo Signore era proporzionale al suo amore per i fratelli e le sorelle. Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, San Francesco andò a incontrare il Sultano col medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi “tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio”."

La prima regola dei Frati Minori


La citazione è tratta da quella che è diventata nota come la "Prima Regola dei Frati Minori" o "Regula non bullata". Si tratta di fatto della seconda regola scritta da San Francesco. Il testo della prima regola è andato perduto.

La citazione del Papa è tratta dal capitolo XVI, intitolato: "Di quelli che si recano tra i saraceni e dagli altri infedeli". San Francesco esordisce precisando che "quei frati che per divina ispirazione vorranno andare tra i saraceni e altri infedeli, vadano con il permesso del loro ministro e servo".

Il fondatore continua: "I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi". Quali sono questi due modi? "Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani". Riconosciamo la citazione dell'enciclica.

Il santo fondatore continua: "L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio."

La fine del capitolo permette di correggere quanto precede. Insiste sulla predicazione: "Questo e tutto ciò che piacerà a Dio, lo potranno predicare ai non credenti e agli altri, perché, dice il Signore nel Vangelo: “Quello che mi confesserà davanti agli uomini, anch'io lo confesserò davanti al Padre mio che è nei cieli”; e: “Quello che si vergognerà di me e delle mie parole, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui quando verrà nella sua gloria e in quella del Padre e dei santi angeli”."

Il santo conclude questo capitolo con quest'ultima considerazione: "Possano tutti i fratelli ricordare ovunque che si sono donati e che hanno abbandonato i loro corpi a Nostro Signore Gesù Cristo, e che per il suo amore devono esporsi a tutti i nemici visibili e invisibili". Sostiene questo incoraggiamento con citazioni dal Vangelo. Ecco la prima: "Chi perde la vita per me la salverà per la vita eterna". Le altre si limitano a commentarla.

La parola di san Francesco distorta


È abbastanza chiaro dalla lettura di questo capitolo della prima regola che san Francesco non intende separare i due atteggiamenti che descrive, ma unirli in successione. Non si tratta di vivere da cristiano in mezzo agli infedeli e nient'altro; oppure predicare Gesù Cristo. Ma il primo atteggiamento può essere adottato in attesa che il secondo sia reso possibile, o addirittura obbligatorio in una confessione di fede.

La prova è data dal testo, e dall'insistenza di san Francesco sulla predicazione e sul dono totale di sé, anche al martirio, se si tratta di comunicare la via della salvezza a chi vi è estraneo.

La citazione troncata distorce il pensiero del santo. Dimentica anche che san Francesco voleva andare in Egitto per convertire il Sultano, o morire per la fede, come è affermato nella vita del santo fondatore scritta da san Bonaventura. Riduce la carità soprannaturale e lo zelo apostolico a un semplice "amore" che vuole "abbracciare tutti gli uomini".

La fine del terzo paragrafo dell'enciclica si conclude così: "In quel contesto era una richiesta straordinaria. Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna “sottomissione”, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede."

Ciò che impressiona è vedere lo spirito missionario di san Francesco completamente appiattito, e leggere una negazione pratica della sua regola dalla penna del Papa che ha voluto prendere il suo nome.

Per un approfondimento sullepisodio dell'incontro col Sultano, si rimanda al seguente articolo di Tradizione Cattolica: https://fsspx.it/it/news-events/news/san-francesco-dassisi-e-il-sultano-...