La Santa Sede rassegnata sul dossier cinese

4 Luglio 2021
Fonte: FSSPX Spirituality
Vendita dell'ultimo numero di Apple Daily a Hong Kong

Il ministro degli Esteri vaticano ritiene inutile che la Santa Sede si esprima sulla questione delle restrizioni a Hong Kong. Un'ammissione che è di cattivo auspicio per il futuro dei cattolici cinesi, e che ipoteca ulteriormente l'accordo raggiunto con Pechino nel 2018.

La soppressione dell'Apple Daily
Le coincidenze a volte hanno una portata simbolica. Il giorno prima della conferenza stampa tenuta da Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per le Relazioni con lo Stato, i residenti di Hong Kong erano in coda nelle strade per acquistare l'ultimo numero di Apple Daily.

Questo quotidiano popolare - di dubbia qualità, ma visceralmente anticomunista - fondato da Jimmy Lai, cattolico ora dietro le sbarre, è stato definitivamente soppresso, dopo ventisei anni di critiche più o meno dirette al Partito comunista cinese (PCC).

Questa morte improvvisa è stata una batosta per i residenti dell'ex colonia britannica, che credevano, fino all'entrata in vigore del National Security Act un anno fa, di godere di alcune libertà nel quadro dello status concesso da Pechino: "un paese, due sistemi".

Una chiusura che si aggiunge alla lunga serie che ha visto il rafforzamento della presa dei mandarini rossi sull'ex colonia britannica ceduta alla Cina nel 1997.

Così, il 23 giugno 2021, il governo centrale di Hong Kong, satellite di Pechino, ha completato la sua trasformazione in regime di polizia: John Lee, fino ad oggi Segretario alla Sicurezza, è diventato il numero due dell'esecutivo locale, mentre Chris Tang, capo della polizia, lo sostituisce al suo posto.

La riserva impotente di Roma
In questo contesto, Mons.Gallagher ha risposto il 25 giugno al giornalista che chiedeva perché la Santa Sede agisse in Libano e non in Cina: "si potrebbero dire tante cose [su Hong Kong, ndr] che sarebbero apprezzate dalla stampa internazionale", ha ammesso l'alto prelato, ma il Vaticano "non è ancora convinto che (farebbe) alcuna differenza".

L'osservazione di Mons. Gallagher illustra il metodo della Segreteria di Stato che, per salvaguardare l'accordo fatto con Pechino sulla nomina dei vescovi in Cina, cerca di evitare commenti sprezzanti sul regime di Xi Jinping.

Da un punto di vista puramente diplomatico, questa risposta mostra un certo realismo: le proteste della comunità internazionale contro Pechino non hanno allentato di un millimetro la morsa delle restrizioni su Hong Kong, né più in generale sui cattolici cinesi.

Inoltre, sarebbe ipocrita conferire alla Cina comunista il monopolio del totalitarismo: ci sarebbe molto da dire, nel nostro Occidente secolarizzato, sulla promozione di ideologie contrarie al cristianesimo - come quella di genere - a scapito della famiglia e la vita in generale.

D'altra parte, diversi osservatori cinesi, come il cardinale Joseph Zen, hanno notato che il silenzio vaticano sulle violazioni dei diritti dei cattolici cinesi, legate ai più stretti scambi diplomatici dall'accordo provvisorio, potrebbe essere visto come un'approvazione tacita del regime.

Infine, sebbene il silenzio romano abbia una dimensione strategica, molti si interrogano sulla capacità della Chiesa di parlare oggi in modo credibile di altre crisi civili e politiche, come in Libano e in Birmania.

Sembra che il Segretario di Stato conti sulla Chiesa locale per parlare e agire più direttamente sul campo: "speriamo che il nuovo vescovo di Hong Kong faccia un buon lavoro", dice al giornalista Mons. Gallagher, riferendosi la delicata missione affidata a Mons. Stephen Chow.

Tanto più delicata in quanto, dal 25 giugno, a Zhongnanhai, sede dell'esecutivo a Pechino, sappiamo che il Vaticano si è ufficialmente rassegnato a una certa impotenza.