Predica di Avvento del Cardinale Cantalamessa

7 Dicembre 2022
Fonte: fsspx.news
Cardinal Raniero Cantalamessa

Ogni venerdì di Avvento, il predicatore della Casa Pontificia, il cardinale Raniero Cantalamessa, tiene una predica alla Curia Romana e a Papa Francesco per prepararsi alla Natività di Nostro Signore. Quest'anno il predicatore ha deciso di predicare sulle tre virtù teologali, e ha iniziato con la fede.

Una professione di storicismo
Dopo aver affermato che la fede che salva è la fede in Cristo, il predicatore si chiede: "Se la fede che salva è la fede in Cristo, che pensare di tutti quelli che non hanno alcuna possibilità di credere in lui?"  La risposta che darà tutto fuorché cattolica.

Inizia osservando che il mondo è cambiato, che ora è multiculturale. In passato: "Si era, bensì, a conoscenza dell’esistenza di altre religioni, ma esse erano considerate false in partenza, o non erano prese affatto in considerazione. (…) tutti i cristiani condividevano l’assioma tradizionale: “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”: Extra Ecclesiam nulla salus"

Ma "oggi non è più così". Queste riflessioni non sono né più né meno che storicismo, questa dottrina che interpreta la verità secondo i dati della storia o della cultura. In altre parole, non esiste più una verità stabile e duratura, ma diventa vaga e relativa.

Salvezza al di fuori della Chiesa visibile
Il cardinale prosegue spiegando che, grazie alla Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, regna ora un rispetto, un dialogo tra le religioni. Così come il riconoscimento dei valori presenti in ognuno di esse. "Con questo riconoscimento si è andata affermando la convinzione che anche persone al di fuori della Chiesa possono salvarsi", aggiunge il predicatore.

Questo punto di partenza è falsato: la Chiesa non ha aspettato che il Concilio dicesse che si può essere salvati al di fuori della Chiesa visibile. Ma, d'altra parte, non ha mai detto che questa salvezza fosse ottenuta tramite i valori delle false religioni, ma dai meriti di Cristo. Un membro di una falsa religione può quindi essere salvato, nonostante questa appartenenza, dalla Chiesa, se vi si lega, esplicitamente o implicitamente.

Forte di questa base errata, il porporato afferma che se si segue l'antica dottrina "la salvezza viene ad essere limitata in partenza a una minoranza esigua di persone". Che "ciò non solo non può lasciare tranquilli noi, ma fa torto prima di tutto a Cristo, sottraendogli gran parte dell’umanità. Non si può credere che Gesú è Dio, e limitare poi la sua rilevanza di fatto a un solo ristretto settore di essa."

Ragionamento falso come abbiamo appena visto, e che giudica la salvezza dal numero degli eletti. Sembra uno scherzo. Inoltre il cardinale forza il ragionamento, per poter piazzare le sue novità.

Il mandato di Cristo che manda i suoi discepoli in tutto il mondo
Senza sollevare tutto ciò che potrebbe derivarne, notiamo la risposta del predicatore sull'obiezione che propone. Ricorda infatti il ​​mandato di Cristo: "Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15) e "Fate discepoli tutti i popoli" (Mt 28,19). Questo mandato "conserva la sua perenne validità, ma va compreso nel suo contesto storico". – Di nuovo lo storicismo.

Per spiegarlo, il predicatore citerà come esempio San Francesco d'Assisi. Il santo fondatore prevedeva  due modi di andare verso "i Saraceni e gli altri infedeli". Scrive nella Prima Regola:

"I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore" (Prima Regola, cap. XVI). 

Si noti che il prologo dell'enciclica Fratelli tutti cita questo brano per trarre conclusioni identiche a quelle del cardinale Cantalamessa. Ma c'è un inganno.

La Prima Regola dei Frati Minori
La citazione è tratta da quella che è nota come la "prima regola dei frati minori". Essa è infatti la seconda regola scritta da san Francesco. Il testo della prima regola è andato perduto. La citazione è tratta dal capitolo 16, intitolato: "Di quelli che vanno tra i Saraceni e altri infedeli".

San Francesco precisa che "qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo".

Continua il Fondatore: "I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani."

"L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio."

La fine del capitolo permette di comprendere ciò che precede. Insiste nella predicazione: "Queste ed altre cose che piaceranno al Signore, possono dire ad essi e ad altri; poiché dice il Signore nel Vangelo: “Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli” (Mt 10,32); e: “Chiunque si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando tornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli” (Lc 9,26)."

Il santo conclude questo capitolo con quest'ultima considerazione: "E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: “Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna”". Le altre non fanno che commentarla. 

La parola di San Francesco distorta
Risulta molto chiaro dalla lettura di questo capitolo della prima regola che san Francesco non intende separare i due atteggiamenti che descrive, ma unirli in successione. Non si tratta di vivere da cristiano in mezzo agli infedeli, e nient'altro oppure di predicare Gesù Cristo. Ma il primo atteggiamento può essere adottato in attesa che il secondo sia reso possibile, o addirittura obbligatorio in una confessione di fede.

La prova di ciò è data dal testo, e dall'insistenza di san Francesco sulla predicazione e sul dono totale di sé, fino al martirio, se si tratta di comunicare la via della salvezza a quanti vi siano estranei. Dire altro distorce il pensiero del santo.

Si dimentica, inoltre, che san Francesco volle andare in Egitto per convertire il sultano, o morire per la fede, come afferma la vita del santo fondatore scritta da san Bonaventura. Riduce la carità soprannaturale e lo zelo apostolico a un semplice "amore" che vuole "abbracciare tutti gli uomini".

Tutto ciò si spiega con la perdita della vera fede e dello spirito di fede. Ma questa perdita si registra fin dal Concilio, e non fa che scavare più a fondo il solco dell'apostasia silenziosa.